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THE ART REVIEW
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  • editoriale
  • Sinestesia
  • di Andrea Tinterri

/ si·ne·ste·sì·a/
sostantivo femminile
1.Nella critica letteraria, l’associazione espressiva tra due parole pertinenti a due diverse sfere sensoriali (per es. parole calde, silenzio verde).
2. Sinestesi.

Scegliere un’immagine di Paolo Ventura per la copertina, significa nuovamente interrogarci sulle dinamiche stesse della fotografia o più in generale del rapporto tra il reale e la sua rappresentazione, o meglio, restituzione. Perché Ventura è uno di quegli autori (fotografi?) che mescola le carte utilizzando il mezzo fotografico come nel riaffiorare di un sogno, nel momento esatto del risveglio, in quell’istante di indecisione, dove tutto può apparire reale, anche se di reale c’è ben poco, forse solo una confusa sarabanda di ricordi sovrapposti. Ed è in questo stato di lento risveglio che la fotografia perde l’insana fiducia di cui ancora gode e si emancipa rendendosi libera, anarchica e forse finalmente felice. Scene, piccoli racconti dove il confine tra reale e costruzione del reale è reso volutamente ambiguo, mettendo in moto un dialogo aperto con l’osservatore che non è più protetto da quell’antica garanzia di meccanica fotografica, ma aperto a soluzioni multiple, a scelte inevitabili per proseguire la narrazione.

Una sorta di sinestesia visiva, in cui gli elementi in gioco spiazzano lo sguardo di chi osserva, mettendolo alla prova, interrogando la sua attenzione e capacità critica.

“La fotografia può essere anche una grande bugia”, ed è questa incertezza, questa sottile linea di demarcazione, ambigua e beffarda che non lascia via di scampo a chi guarda, al nuovo pubblico. E parlo di nuovo pubblico non perché tali meccanismi fossero, in passato, assenti nella storia dell’immagine, ma perché il processo di instabilità del racconto è uno dei temi importanti su cui riflettere: l’informazione sta perdendo i propri canali tradizionali, per frantumarsi in una presa diretta difficile da metabolizzare e contenere. Non è un caso che la sessantanovesima edizione del Prix Italia sia stata dedicata al fenomeno delle ‘fake news’, o false notizie se preferite, a sottolineare la perdita graduale di una capacità, dei media tradizionali, di controllare i dati, gestirli e trasmetterli. Tutto diventa plausibile, più incerto, come nel momento stesso del risveglio, quando ancora il sogno si aggrappa a quel desiderio che lo rende reale, dove tutto si confonde e l’orientamento è instabile, zoppo, malato. Ma è proprio qua che si gioca la partita, che è anche quella dell’immagine. In quel confine di indecisione dove le possibilità sono aumentate e non esiste un vertice a cui aggrapparsi, un oracolo a cui chiedere rassicuranti verità. La capacità di dettare la notizia in tempo reale e l’impossibilità di contenere i nuovi informatori, spiazza inevitabilmente l’osservatore/lettore, costretto ad un meccanismo di autoregolamentazione molto complessa se il media non restituisce una selezione credibile a monte, autorevole e riconosciuta.

È chi cerca la notizia, (immagine, testo, video che sia) che la rende reale, che ne deve garantire l’autenticità in un meccanismo di autogestione del processo di ricerca. Abbiamo strumenti avanzati di raccolta dati e piattaforme urlanti in cui i confini geografici si perdono nella nebulosa della rete, ed è la complessità della selezione che rende interessante e inedito il gioco, che ci rende spettatori partecipi, capaci di sostituirci alla fonte in qualsiasi momento.

Nell’immagine di copertina vediamo una donna appoggiata a braccia aperte ad una parete, su cui campeggia un cerchio rosso, e due coltelli che lambiscono il corpo. Dall’altra parte, quello che non vediamo, forse un esperto lanciatore di lame, forse un assassino dal cuore tenero o forse una giraffa che si allena in un curioso gioco di equilibri possibili.

L’esercizio è riuscire a passare dall’altra parte, riuscire a sostituirci alla figura appoggiata alla parete, a guardare con gli stessi occhi terrorizzati, a guardare in faccia chi ci sta lanciando affilati coltelli e capire se il pericolo è reale o se è semplicemente un complice che strizza l’occhio ad ogni preciso lancio. È l’osservatore/lettore che deve emanciparsi da una dialettica biunivoca e accettare una complessità informativa sferica, dove ovunque può arrivare un messaggio sotto forma di un ‘tweet’, video, immagine, lettera in bottiglia.

E forse guardare, osservare quelle immagini incerte, spurie, traballanti, agganciate a mondi diversi, a diversi pianeti (terrestri, marziani, lunari) è un corretto esercizio nella direzione di un nuovo pubblico, o almeno qualcosa di simile.

Andrea Tinterri