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  • di Andrea Tinterri
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Quando la fotografia gioca con sé stessa, costruisce un teatro in carta, dove il limite con il reale è volutamente instabile.

Paolo Ventura inventa brevi storie in cui ossessioni, ricordi e ritagli di favole si mescolano tra disegno e fotografia mostrando la propria illusoria personalità.

Un breve percorso che dalla strada entra all’interno di un caseggiato, una sorta di labirinto per accedere allo studio, come se fosse necessario perdere un minimo d’orientamento prima di conoscere Paolo Ventura e iniziare a osservare quello che lo circonda, le carte, i libri, i ritagli fotografici, solo una minima parte del suo lavoro.

Perché la fotografia è una forma di scrittura che Paolo Ventura usa solo se necessario, confondendola con altri indispensabili passaggi: il pensiero e i ricordi.

Mi chiede il permesso di continuare a lavorare; ha un bisturi in mano con cui taglia un piccolo cartoncino a fatte, un chirurgo che ricucirà la propria creatura prima di mostrarla al mondo come un’apparizione surreale.

A me non è mai interessata la fotografia per quello che è. Mio padre faceva l’illustratore, e pure i miei fratelli, non ho mai avuto l’ambizione di fare il fotografo.

L’ho sempre pensata come un mezzo per esprimere idee, in maniera libera, mi interessava lo strumento per raccontare delle storie e non il mondo in quanto tale.

A questo, però, si arriva per passaggi, ho fatto il fotografo di moda per tanti anni che è comunque il racconto di un sogno e mai della realtà, è un qualcosa di costruito. Forse mi interessava la moda proprio perché è la rappresentazione di un mondo immaginario da cui, col tempo, mi sono distaccato per costruirmene uno mio.

Un lavoro anche metafotografico, come lo è qualunque operazione che mette in crisi il mezzo, guardandolo con diffidenza e un certo sospetto.

La fotografia è un individuo che rispetto alla famiglia delle arti è rimasta in collegio per molto tempo e questo l’ha resa autonoma dalla storia dell’arte contemporanea, evitando che ci fosse un’attenta introspezione rispetto al mezzo: si è come conservata vergine, sia nel bene che nel male. Le uniche avanguardie che hanno avuto un’interazione con la fotografia sono state il dadaismo e il futurismo, ma forse adesso è il momento di capirla e sovvertirla dall’interno e non sostenere che è una grande bugia, ma può essere “anche” una grande bugia. È un linguaggio e quindi si presta a manipolazioni, ma ha una potenzialità maggiore rispetto ad altre arti perché questa mancanza di dibattito interno ha permesso che la fotografia si costruisse una propria verità, una veridicità illusoria.

Questa ambiguità diventa utile nel momento in cui la usi a tuo favore. C’è una credibilità di fondo che nell’immaginario comune rimane molto forte che mi permette di costruire un discorso partendo dall’idea che quello che vedi sia vero.

Una verità su cui sovrascrive altri segni, colori a pastello, pezzi di carta, collage, in cui utilizza il disegno come linguaggio parallelo, un infiltrato che si nasconde perfettamente.

Anche in questo caso credo che tutto provenga dalla famiglia, un luogo in cui la fotografia era considerata un qualcosa di serie C e il disegno l’arte nobile. Crescendo questa cultura e questo complesso mi sono rimasti.

Nel tempo le cose si sono integrate, la fotografia a me ha salvato, perché in famiglia ero quello meno talentuoso nel disegnare, ma questa mancanza di talento mi ha permesso di pensare di più, ho dovuto sopperire con le idee a una mia lacuna. Questa ginnastica è stata poi tradotta in linguaggio, quando ho iniziato a fotografare ho iniziato a pensare e i problemi li ho risolti non facendo, ma pensando.

Anche perché, forse, la fotografia è qualcosa di limitante, che in alcuni momenti ha bisogno di essere sovvertita, quasi frantumata.

La fotografia credo abbia il limite di usare un mezzo e quando c’era ancora l’analogico era una specie di cassa misteriosa che conteneva il lavoro; dovevi aprirgli la pancia e tirargli fuori le budella, non conoscevi nulla e spesso il risultato era una sorpresa. Quindi ho sempre guardato con antipatia a questo oggetto che era geloso di quello che faceva, eri obbligato ad usarla, ma la odiavi, perché è come avere una mamma che ti dice cosa devi fare limitando la tua libertà.

Questo mi ha fatto pensare a come ingannare la macchina fotografica.

Questa sua antipatia l’ha avvicinato ad un mondo che è più vicino a quello dell’arte, anche dal punto di vista del mercato, soprattutto americano, uno dei pochi italiani veramente considerato oltreoceano.

Ho iniziato la professione di fotografo in Italia, ma la mia ricerca personale è incominciata ed è proseguita negli Stati Uniti e questa è stata una fortuna. Ho iniziato relativamente tardi, sono andato in America nel 2001, per due o tre anni ho lavorato sui miei progetti senza mostrarli, la prima mostra è stata nel 2006. Mi ricordo che sono andato da tutte le gallerie importanti a mostrare il mio lavoro e tutti mi ricevevano con grande disponibilità, avevo preso una guida delle gallerie della città, una mia amica mi aveva segnalato quelle da contattare e io chiamavo per un appuntamento, come lo avrei fatto con il mio dentista.

Le gallerie di fotografia erano quelle più povere, non avevano l’accesso sulla strada, ma a Chelsea restavano sui piani, adesso la situazione è cambiata, nel frattempo è cambiato il mondo. Adesso se vai a New York è veramente difficile contattare un gallerista, nei primi anni Duemila invece c’era un grande interesse e la fotografia iniziava a diventare un’opera d’arte, in quel periodo cercavano artisti, era una fase in cui avevi la sensazione di essere al momento giusto nel posto giusto.

I suoi punti di riferimento iconografici, però, sembrano risentire molto di una cultura italiana, forse influenzati anche da un certo tipo di letteratura.

All’inizio, come tutti credo, guardavo i grandi fotografi americani Irving Penn, Richard Avedon, in quegli anni erano dei miti veri, adesso probabilmente molto meno, perché è cambiato il gusto e il ruolo delle riviste che in quel momento avevano un sapore novecentesco.

In arte, in effetti, ho guardato molto le avanguardie storiche italiane, Savinio, Sironi, e anche autori minori, ma visionari come Usellini, Marussi, Bucci, Cagnaccio e poi l’espressionismo tedesco, il surrealismo francese, insomma quel tipo di panorama.

La fotografia l’ho sempre guardata poco e quindi l’ho approfondita meno, ma ci sono autori a cui sono legato come ad esempio Franz Roh e i suoi fotomontaggi.

Le letture invece sono ampie, ho letto molto Simenon, non Maigret ma i romanzi della provincia, poi saggi sull’arte contemporanea, saggi sulla prima guerra mondiale, che sono entrati prepotentemente nel mio lavoro, e anche molta letteratura italiana perché stando parecchio tempo a New York mi piaceva comunque leggere in italiano e compravo i libri da Strand, una vecchia libreria su Broadway che aveva una grande offerta in lingua italiana, tutto il Novecento, Cassola, Bassani, Fenoglio. È stata una lettura obbligata, ma che mi ha formato.

Ma devo ammettere che nel mio lavoro entra tutto, l’incontro con le persone, il luogo in cui vivi, sono come un uomo sempre affamato, in giro a cercare del cibo, consciamente o inconsciamente. Io pesco molto anche guardandomi indietro. È quando sei bambino che inizi a costruire il tuo mondo interiore e conservi ricordi, ossessioni, ansie, metti tutto in una stanza e dopo devi cercare la chiave di quella stanza e non è facile, ma nel momento in cui la trovi hai un mondo infinito.

Il mio compito è quello della mediazione, quando i ricordi li trascini fuori e in quel momento hai in mano una grande libertà, perché è come se non avessi più bisogno del mondo esterno, come se potessi lavorare all’infinito senza aver bisogno di nessuno.

Davanti a lui rimangono delle strisce in cartoncino grigio, un gesto artigianale che andrà a definire un breve racconto, un qualcosa che in questo momento non mi è dato sapere.

Andrea Tinterri