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Giuliano Sale, 2017 - 200x150 olio su tela - the big party - Courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea
  • the portfolio interview
  • Seduzioni subliminali
  • di Domenico Russo
Giuliano Sale, 2017 - 24x30cm olio su tela
Giuliano Sale, 2017 - 40x45cm olio su tela
Giuliano Sale, 2017 - 120x130 olio su tela - the wrong deposition-Courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea
Giuliano Sale 2017 65x70 cm olio su tela MOD

Giuliano Sale (Cagliari, 1977) strappa brandelli dalle opere dei grandi maestri per ricucirli a stralci del reale e del quotidiano, dando vita a un’anatomia shellyana pulita, caravaggesca, priva di cicatrici e fortemente iconica.

La pittura ingloba tutto ciò che circonda l’artista. Persone e avvenimenti, attraverso processi di scomposizione e destrutturazione, traslano dallo spazio mentale a quello pittorico, lasciando trapelare dalla coscienza personale il senso di una realtà labirintica e conflittuale, fatta di strati d’immagini e sensazioni, cui l’artista reagisce cogliendone il profondo senso di frammentarietà.

I soggetti che lei rappresenta sono figli di suggestioni mentali e d’immagini recuperate di persone a lei vicine, che ritrae e scompone. Qual è la loro origine?

I miei soggetti, come scrivi bene tu, nascono fondamentalmente da una suggestione mentale. Può capitare a volte che prendo spunto da immagini recuperate o da persone reali, ma in ogni caso vengono ‘centrifugate’ e ‘digerite’quindi scomposte per un mio personale risultato finale.

Capita anche che uso direttamente pezzi di quadri storici per poterli ‘stuprare’. Nel senso che li tolgo dal loro contesto per inserirli in situazioni nuove, per fargli vivere altre esperienze al di fuori del ‘bello classico’. Ad esempio recentemente ho rubato alcune donne dallo storico dipinto di Ingres, ‘Il bagno turco, ’ e le ho inserite in una mia suggestione mentale per darle nuova vita.

Stuprarli per me è portarli al contemporaneo.

Quindi possiamo sicuramente parlare di stati mentali, anche se ritraggo persone reali cerco di rappresentare non quella persona per come è nella realtà, ma il pensiero di quella persona, quello che per me caratterizza meglio il suo complesso interiore.

Lo sguardo che spesso rivolge al passato dipende da un’idea che vede l’arte contemporanea degradante?

Direi più stucchevole che degradante. Stucchevole perché trovo tutto molto omogeneo e ripetitivo, mai come in questi ultimi anni avverto un’omologazione nel modo di fare e di presentarsi degli artisti della mia e soprattutto delle nuove generazioni. Anche il modo di comportarsi così conforme fa parte del nuovo ‘squadrone del vuoto’.

Andare per mostre e appassionarmi o emozionarmi per quello che vedo sta diventando sempre più difficile e soprattutto noioso. Come dici tu, degradante.

Devo dire che una gran fetta di colpa la do a molti galleristi e altrettanti curatori che in qualche modo fomentano questo ‘squadrone’ esponendo e portando avanti il vuoto.

Ma, d’altra parte, potrei essere io che ho finito le emozioni.

Quale sistema ha adottato per difendersi dalla trappola del gusto imperante?

Direi nessun sistema in particolare, cerco di stare lontano dai trend e dalle mode, presenziare a poche mostre selezionate, pensare ad altro, frequentare pochi artisti se non quei quattro o cinque di fiducia, non voler fare di tutto per piacere a tutti a tutti i costi. Prendersi soprattutto in giro, con ironia, non pensare che il ruolo dell’artista sia così importante.

L’artista al giorno d’oggi è come chiunque.

Bacon non lavorava mai col modello dal vivo, ma scattava delle foto per non affrontarlo direttamente mentre ne distruggeva la figura. Anche lei si comporta allo stesso modo? Come svolge i processi d’esclusione e d’appropriazione dal reale?

L’ultima volta che ho ritratto un soggetto dal vero, sia una pianta o un modello, ero ancora uno studente. In generale mi distraggo molto facilmente, per questo preferisco usare foto o immagini recuperate dai libri, internet etc.

E ti dirò di più, in questi ultimi tempi non sopporto più neanche l’idea di fare un ritratto per fare un ritratto. I soggetti che uso possono essere chiunque e qualsiasi cosa, non cerco un’identificazione reale per quello che faccio, la realtà è molto noiosa. M’interessa principalmente il ricordo di un soggetto.

Quando sono in studio non mi vedrai mai lavorare con qualcuno dietro o accanto che guarda o interagisce in qualche modo, a quel punto preferisco fermarmi e fare altro. Dipingere per me è una faccenda privata.

Dicendo ‘il ricordo di un soggetto’, mi fa pensare a Paul Klee quando in Confessione creatrice afferma che il compito del pittore è di rendere visibile ciò che non lo è, non riprodurre il visibile, ma risalire alla genesi dell’immagine per renderla manifesta. È d’accordo con il fatto che l’idea venga sempre prima dell’azione? Che sia l’origine della rappresentazione?

Si, sicuramente. Per me l’idea viene assolutamente prima dell’azione.

Evolve e cambia forma continuamente ma all’origine c’è sempre l’idea.

Mi capita spesso infatti di stare parecchio tempo a fissare una tela bianca o al massimo sporcata di colore appositamente in attesa che si crei qualche forma nella mia mente. Gli schizzi preparatori o i progetti per me non hanno nessun senso, lascio che l’errore o l’idea successiva abbiano un senso insieme per creare altre idee e altre forme.

Ho in mente un olio del 2016, dove della figura non rimane che il contorno e un orecchio. Il color carne del volto è ritorto su se stesso come un pugno enorme che stringe forte. L’ombra sullo sfondo e sul busto grigio conferisce una consistenza che lo rende contrito e palpitante.

Terribilmente vivo. Cosa la spinge a fare della somatica in un ritratto, se così è corretto chiamarlo, una massa di cui non rimane più nulla, apparentemente, se non un orecchio?

Nel mio lavoro odierno dipingo prevalentemente volti, corpi, nudi e via dicendo quindi sì, è corretto chiamarli ritratti.

Come dicevo prima, non riesco più a fare un ritratto classico dal punto di vista della riconoscibilità del soggetto ma di quello che per me in quel momento rappresenta il soggetto e la sua essenza.

Forse per questo che appaiono ‘vivi’ e danno l’idea allo spettatore di guardare davvero un volto con i tratti riconoscibili.

Un orecchio o un naso di solito poi lo inserisco quasi sempre, forse per restituire un po’ di umanità alle forme già abbastanza deturpate in precedenza.

L’idioma attraverso cui si esprime Sale è caratteristico non di un’origine né tantomeno di un’appartenenza nazionale, bensì della certezza di un confine, l’unico, che fonde l’uomo alla propria natura instabile.

Dal tentativo di ricomposizione scaturisce la forza sfacciata di questa pittura scura, che vive e pulsa in uno spazio appartenente solamente alla storia dell’arte.

Domenico Russo