#AIMAGAZINE
THE ART REVIEW
now
Luca Maria Patella
  • la jetée
  • Autofoto camminanti sbadate
  • Luca Maria Patella
  • di Jennifer Malvezzi
Luca Maria Patella
Luca Maria Patella

Mi piacerebbe cominciare questo breve discorso con una frase nel suo stile:
artista, alchimista, filosofo, marziano? No!
Luca Patella è un anticipatore.

Già dalla metà degli anni Sessanta è tra i primi artisti italiani a ‘fare’ arte concettuale e in quest’ambito Patella è pioniere nell’impiego ‘problematico’ dei mezzi di riproduzione meccanica dell’immagine, maturando le prime esperienze come incisore e tipografo per approdare infine alla fotografia e al film. Problematico dicevo, perché questi media vengono da lui impiegati non come strumenti d’indagine o di prelievo del reale, ma come ‘urgenze epistemologiche ed espressive’ che si intrecciano in un complicato sistema linguistico-psico-sociologico da lui stesso concepito.

Di Patella e su Patella è stato detto e scritto tutto e anche lui non si è mai risparmiato, attraverso le sue ‘gazzette’, gli scritti, i volumi, le conferenze, ma all’interno della sua ampia produzione fotografica, c’è una serie particolarmente interessante di cui vorrei parlare in quest’ultima rubrica sul rapporto tra fotografia e immagini in movimento. Si tratta delle ‘Autofoto camminanti sbadate’, nelle quali l’artista, spesso camminando o scattando da mezzi in movimento, tende il braccio e girando la fotocamera verso di se si immortala in momenti privati, anticipando di fatto di quarant’anni il fenomeno socioculturale del selfie.

Per natura attento al comportamento umano in rapporto con l’ambiente - si pensi alle precedenti operazioni come le ‘Analisi Proiettive in atto’ o all’ ‘Ambiente Proiettivo Animato’ - con le autofoto Patella decide di documentare se stesso, ma non con intenti diacritici, quanto piuttosto ritraendosi come oggetto-soggetto ‘in atto e in movimento’.

Ed è in questo protagonismo assoluto, mitigato dall’assenza del racconto che a mio avviso si precisa la premonizione della pratica del selfie. ‘L’Autofoto’ è infatti concepita dall’artista come uno strumento di ‘medi-azione’ con l’esperienza vissuta, a sua volta intesa come comportamento ‘in atto’.

Mi rendo conto di quanto il vocabolario patelliano sia molto complesso, cercherò di fare chiarezza attraverso le immagini.

A differenza del selfie, nell’autofoto questa ricerca si compie attraverso la rinuncia dell’ottica cosciente, dell’abbandono al cosiddetto inconscio ottico della macchina: il fotografo ‘sbadato’ scatta senza inquadrare lasciando che l’obbiettivo agisca autonomamente. Chiaramente questo non significa che l’artista non imposti l’immagine.

In ‘A Trevi do: Atrevido!’ (1974) ad esempio, Patella costruisce un vero e proprio rebus: una conchiglia - il cui nome scientifico è il cognome stesso dell’autore - viene da lui posta dinnanzi alla fontana di Trevi «A Trevi do»: l’enigma è decodificabile solo se letto in un’altra lingua, rivelando di fatto una caratteristica dell’autore-soggetto-oggetto dell’immagine.

«La ‘sbadataggine’ sia intesa, comunque, ‘cum grano salis, et solis’! E così: da ‘patella-conchiglia’ che a Trevi do (o Atrevido! azzardato, in spagnolo)». (Luca Patella)

Patella è si azzardato, ma non solo. In ‘Rifletto nella Psiche’ servendosi di uno specchio ‘trovato’ alle sue spalle mette in atto un espediente che preconizza il funzionamento della fotocamera dello smartphone. Si determina così una tipologia di percezione che egli definisce come ‘oggettiva-soggettiva’: il medium fotografico riflette se stesso mentre il fotografo si rispecchia (oggettivamente e soggettivamente) in sé.

«Solo uno specchio, o altro riflesso - catturato nell’inquadratura - può svelare che magari… (mi) sto riflettendo nella psyche (… Specchio, Impero o Anima?)» L.P.

La foto riflessa è intesa come un momento oggettivante, perché riempita dalla presenza - anch’essa riflessa - del suo autore. L’Autofoto è quindi al contempo un image trouvèe, un prelievo della realtà data, ma è anche un image cherché, perché sottende alla ricerca della propria identità attraverso il riconoscimento di sé stessi nell’immagine.

Con l’Autofoto, sistema delimitante di un’azione contingente nello spazio statico e universale dell’immagine fotografica, Patella sembra riportarci infine all’esatto punto di partenza di questa rubrica, ovvero alla natura intrinseca del fotogramma.

Se altrove mi sono concentrata sulle sue potenzialità di sconfiggere la caducità del movimento questo lavoro ci spinge a riflettere sull’esigenza primigenia di incorniciare entro confini tangibili i propri comportamenti, in definitiva di afferrare una traccia della propria esistenza.

Jennifer Malvezzi