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Pezzani
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  • IL RESPIRO DEL MONDO
  • di Mario Mariani
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In una rivista come #AImagazine che getta artisticamente con pro-vocazione il suo personalissimo sguardo sul mondo, non poteva mancare una, sebben rapida, riflessione sull’habitat in cui è immersa la vita.

Un’impronta continua, unica ed irripetibile che le scorre parallela: ‘il paesaggio sonoro’. Un paesaggio, come vedremo, tanto esteriore che interiore e così poco frequentato, come tutte le cose che esistono ‘a prescindere’. In questo caso dalla consapevolezza dell’osservatore/ascoltatore.

Si potrebbe tentare un’ellisse con il respiro. Un sistema in-volontario che, finché c’è vita nell’essere umano lavora, appunto, a prescindere dalla volontà. Ma proprio con la volontà è possibile intervenire su di esso, controllandolo, e questo è alla base delle principali scuole tradizionali, esoteriche, yogiche (vedi il pranayama delle pratiche induiste, l’esicasmo dei cristiani ortodossi, etc.)

Parimenti il paesaggio sonoro ci circonda e vi siamo immersi, facendo la nostra parte, più o meno volontaria per contribuire alla sua costruzione. Notiamo la sua presenza facendo affiorare barlumi di coscienza quando ad esempio un suono porta un senso particolare, come una sirena, un tuono, generalmente segnali di ‘pericolo’ o di attenzione.

Questo è probabilmente un retaggio del cervello rettile, attento agli stimoli (principalmente uditivi e olfattivi) per garantire la sopravvivenza, dovendo spesso immediatamente decidere tra azione di fuga o di attacco.

Gli studi di R.Murray Schafer già dagli anni ‘60 lo hanno portato a codificare la propria esperienza nel fondamentale libro ‘The tuning of the world’ dove vengono espressi concetti cardine come la pulizia dell’orecchio, per una consapevolezza all’ascolto atta a discriminare i suoni ambientali e di conseguenza la propria collocazione in tale panorama, oltre ad introdurre i fondamenti di un’ecologia acustica, vale a dire lo studio dei rapporti tra gli organismi viventi e il loro ambiente.

La consapevolezza all’ascolto crea un’immediata empatia con l’ambiente circostante, discriminando e attribuendo un senso ai suoni che compongono il panorama sonoro. Ci si rende conto della ricchezza di tale panorama, della qualità del suono e si ricevono importanti informazioni.

L’approccio all’ascolto può essere di vario tipo: analitico, meditativo, o artistico, per citare i principali. Per esempio ci si può porre all’ascolto come se il panorama sonoro fosse una composizione e volendovi ricercare, come ascoltando un brano sinfonico, ricorrenze, strutture, o altro ancora.

Nell’approccio che potremmo definire meditativo, si ascolta il fluire dei suoni, senza prenderne parte, limitandosi ad osservarli e ad annotarli, senza giudizio, come nella meditazione Vipassana, che fa capo alla tradizione buddista, in cui è fondamentale l’ascolto.

Ci si rende conto che immediatamente al panorama sonoro esteriore sorge un panorama interiore, fatto di sensazioni fisiche, pensieri, emozioni e propriocezioni.

Ogni suono del panorama sonoro esterno ci evoca a suo modo ricordi, emozioni e correlazioni fino ad arrivare agli estremi descritti da Juliette Volcler nel suo libro ‘Il suono come arma’ in cui racconta di come l’ambiente sonoro possa essere plasmato a fini militari e polizieschi: in senso fisico, come ad esempio, ‘sparando’ frequenze da cannoni acustici ad un elevatissimo numero di decibel insostenibili per l’orecchio umano, o al suo contrario la deprivazione sonora dell’individuo, non meno nociva; in senso ‘psicologico’ utilizzando certe musiche come forma di tortura, essendo appunto l’orecchio, e naturalmente l’ascoltatore, il bersaglio di tale arma.

Tornando su istanze più artistiche ricordiamo quanto il panorama sonoro abbia influenzato da sempre i compositori, specialmente nella musica descrittiva o a programma (vedi le ‘Quattro Stagioni’ di Vivaldi, dove la musica tenta un’imitazione del panorama sonoro, la Pastorale di Beethoven, etc.).

Al di là degli inevitabili manierismi questo approccio può portare risultati sorprendenti come nell’eccezionale lavoro del compositore francese Olivier Messiaen il quale da ornitologo, trascriveva diligentemente il canto degli uccelli, utilizzandolo come cifra compositiva per moltissimi suoi lavori.

Soprattutto l’indefinizione ritmica, timbrica e melodica del paesaggio sonoro ricorda tanta musica ‘atonale’ della seconda metà del ventesimo secolo, ed è altrettanto emblematico notare come il paesaggio sonoro naturale, per sua natura ‘spontaneo’, o meglio, estemporaneo si specchi così bene nella sua controparte ‘innaturale’ (ma ne siamo così sicuri?) dell’artificio compositivo.

Il paesaggio sonoro, che ne siamo consapevoli o no, veicola infatti enormi quantità di informazioni e di senso che sono in questo caso per il musicista una tabula non rasa su cui inscrivere il proprio segno. Dimenticare o non considerare questo equivale a perdere tutta una serie di possibilità, anche se vogliamo, ‘ispirative’, valendo ciò tanto nella fase della composizione che nella fase dell’esecuzione. Proprio a questo riguardo visto il fluire nuovo ed ininterrotto del paesaggio sonoro è oggi ad avviso di chi scrive ricercare un incontro di queste due prassi che scorra parallelo creando un rapporto dialogico, una sorta di ‘Composizione istantanea’, nel tempo presente in armonia con il paesaggio esteriore e interiore, sia dell’esecutore che dell’ascoltare, entrambi parti integranti dello stesso habitat.

Mario Mariani